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Clima, Ambiente e Futuro: qual è la road map che si prospetta?

Clima, Ambiente e Futuro: qual è la road map che si prospetta?

01 Ott 2017 / Blog

Un team di scienziati della Stanford School of Earth, Energy, and Environmental Sciences ha recentemente pubblicato, sulla rivista scientifica Joule, uno studio sul piano d'azione necessario per ottenere energia rinnovabile al 100% nei 139 Paesi maggiormente responsabili dell'inquinamento atmosferico.

La road map, tracciata nell'autorevole rivista dal ricercatore Mark Z. Jacobson e dai suoi collaboratori, prevede la realizzazione di un piano di energia rinnovabile dell'80% entro il 2030 e del 100% nel 2050, attraverso la riconversione delle infrastrutture che saranno alimentate da energia solare, eolica e idrica, definite con un acronimo WWS: Wind, Water, Solar.

Le road map presentate dal team di Mark Z. Jacobson, direttore di Atmosphere/Energy Program della Stanford University, nello studio intitolato "Clean and Renewable Wind, Water, and Sunlight (WWS) All-Sector Energy Roadmaps for 139 Countries of the World", presentano un attento esame della quantità di pale eoliche, di pannelli solari, di impianti idroelettrici necessari per usufruire unicamente di energia rinnovabile, pervenendo alla conclusione che per il fabbisogno energetico mondiale basterebbe impiegare solo l'1% del suo territorio, che comunque resterebbe disponibile per altri usi.

Il raggiungimento del 100% di energia rinnovabile entro il 2050, secondo il team del dottor Jacobson, è una vera sfida attuabile con l'impegno dei governi e dei cittadini di tutto il mondo.

Quali vantaggi si prospettano con la decarbonizzazione?

In primis quelli di natura ambientale, dal momento che si annullano le emissioni di CO2 responsabili del riscaldamento globale o global warming.

L'utilizzo dell'energia pulita comporterebbe, inoltre, un aumento dei posti di lavoro rispetto alle perdite, con l'impiego di circa 24 milioni di addetti netti permanenti.

Si abbattono anche i costi della sanità oggi dovuti alle malattie e alle morti premature di circa 4 milioni di persone per inquinamento atmosferico.

Data la maggiore efficienza dell'energia pulita rispetto alla combustione dei fossili, si registrerà un calo del 23% della richiesta di energia, con la possibilità di mantenere la temperatura globale sotto un aumento di 1,5°C.

Non ricorrendo più all'uso di gas, petrolio, uranio come fonti di energia, automaticamente cessano le richieste dell’energia connessa alla loro estrazione, al trasporto e alla lavorazione, quindi si assiste ad un ulteriore abbassamento della domanda.

L'energia rinnovabile garantisce la stabilità del prezzo dell'energia e la possibilità, anche per i Paesi che attualmente vivono nei cosiddetti "deserti energetici", di accedere ad energia pulita e rinnovabile.

Al contempo, decade la corsa degli Stati allo sfruttamento dei combustibili fossili, spesso motivo di attriti internazionali. Lo studio di Mark Z. Jacobson, co-fondatore, fra l'altro, del no-profit statunitense Solutions Project, non considera come fonte alternativa l'energia nucleare perché comporta rischi di radioattività, costi elevati, problemi di smaltimento delle scorie, né il carbone pulito e i biocombustibili perché causano inquinamento atmosferico.

Puntare alla decarbonizzazione per contenere il global warming è un imperativo da perseguire entro il 2050, progetto ambizioso che deve tener conto della situazione politico economica degli Stati interessati, come sottolinea il direttore della rivista Energia Alberto Clò, ministro dell’Industria e del Commercio nel Governo Dini, nel suo libro intitolato "Energia e clima. L’altra faccia della medaglia".
Clò spiega che nella comunità scientifica si sono individuate due strategie di intervento: quella della "mitigazione", che tende ad eliminare la causa del surriscaldamento, quindi la decarbonizzazione e la transizione energetica, e quella dell'"adattamento", cioè la costruzione di infrastrutture più resilienti.

Le due strategie, secondo l'economista, sono complementari, infatti se la mitigazione risolve il problema alla radice, è però onerosa e necessita di tempi di attuazione lunghi, inoltre non sempre la ricaduta si registra sugli stessi Paesi che l'hanno sostenuta.
Con la strategia dell'adattamento si hanno risultati immediati, costi più contenuti e usufruisce dei benefici chi ha sostenuto gli oneri, però non è risolutiva, ecco perché una misura non deve escludere l'altra.

Ciò fa riferimento anche al Protocollo di Kyoto che prevedeva una diminuzione dell'emissione di CO2 del 20% entro il 2020 ma di fatto si è registrato un aumento.

Insuccesso dovuto sia alla non adesione all'accordo da parte di Cina, Stati Uniti ed India, sia alla strategia di alcuni Stati che hanno diminuito la produzione di anidride carbonica al loro interno delocalizzando le industrie in Paesi non soggetti a vincolo.

Per realizzare la decarbonizzazione a livello mondiale occorre la presenza di un ordinamento sovra-nazionale in grado di coordinare le politiche nazionali e garantire in ciascun Paese l'adozione di scelte ambientaliste.



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